Le forze armate polacche avvieranno nei prossimi giorni una serie di test dedicati a droni sviluppati dall’industria nazionale e destinati a missioni di attacco di precisione a lunga distanza. L’annuncio è arrivato dal viceministro della Difesa Cezary Tomczyk, che ha descritto l’obiettivo di colpire “più lontano, più precisamente, su larga scala e a un costo accettabile”.
Non si tratta quindi semplicemente di aggiungere nuovi droni all’arsenale di Varsavia. Il programma rientra in una strategia più ampia denominata Deep Precision Strike, concepita per permettere alle forze armate polacche di colpire con precisione obiettivi situati fino a 1.000 chilometri attraverso sistemi relativamente economici e potenzialmente impiegabili in quantità significative.
La scelta polacca si inserisce nella trasformazione della guerra contemporanea accelerata dall’invasione russa in Ucraina. Il conflitto ha dimostrato come sistemi senza equipaggio relativamente economici possano essere utilizzati non soltanto per ricognizione e supporto alle truppe, ma anche per raggiungere obiettivi situati molto lontano dalla linea del fronte.
Per Varsavia, questo rappresenta una lezione strategica particolarmente importante. La Polonia è uno dei Paesi della NATO geograficamente più esposti a una potenziale escalation sul fianco orientale dell’Alleanza e ha progressivamente trasformato la propria politica di difesa, aumentando gli investimenti, ampliando le forze armate e diversificando le capacità di attacco a distanza.
Oggi le capacità terrestri polacche di attacco di precisione arrivano a circa 300 chilometri, attraverso sistemi come ATACMS e CTM-290, ma lo Stato maggiore polacco considera questo raggio insufficiente rispetto all’evoluzione del campo di battaglia. Ecco il motivo del nuovo programma Deep Precision Strike.
Uno degli elementi centrali del progetto è il rapporto tra capacità e costo. L’utilizzo di missili a lungo raggio particolarmente sofisticati permette di raggiungere distanze elevate, ma il loro prezzo può limitarne fortemente il numero disponibile. I droni offrono invece la possibilità di costruire un arsenale più numeroso, rendendo potenzialmente sostenibile un impiego su larga scala.
È proprio questa combinazione – gittata, precisione, quantità e costo – a rappresentare il cuore del programma polacco. L’obiettivo non è necessariamente sostituire i missili tradizionali, ma affiancarli con una capacità più flessibile e potenzialmente più abbondante.
Il ministero polacco non ha pubblicato l’elenco definitivo dei sistemi coinvolti nelle prove. Secondo quanto riportato da Defence24, tuttavia, tra i candidati potrebbe esserci lo Striker, sviluppato dall’azienda polacca FlyFocus.
La versione dello Striker equipaggiata con motore a pistoni viene accreditata dal produttore di un’autonomia fino a 1.000 chilometri. La piattaforma può essere configurata anche con un motore a reazione, sacrificando parte della distanza percorribile in favore di una maggiore velocità. Può inoltre utilizzare sistemi di navigazione alternativi, un aspetto particolarmente rilevante in uno scenario nel quale la guerra elettronica può compromettere o disturbare il segnale satellitare.
Per realizzare una vera capacità di attacco in profondità occorre però inoltre costruire un’intera catena operativa: intelligence, sorveglianza, acquisizione degli obiettivi, identificazione, pianificazione delle missioni, navigazione, comunicazioni, comando e controllo e valutazione degli effetti dell’attacco.
È un punto sottolineato anche dal presidente del gruppo polacco WB, Piotr Wojciechowski, secondo cui il semplice possesso di droni o missili a lunga gittata non è sufficiente. Servono strutture dedicate alla ricognizione, alla selezione degli obiettivi, alla pianificazione delle rotte e al coordinamento degli attacchi. È quindi possibile che i test annunciati dal ministero rappresentino soltanto una prima fase di un progetto molto più ampio.
Le prove si svolgeranno progressivamente. In una prima fase, i sistemi saranno valutati presso un poligono militare. Se verranno rispettati i requisiti stabiliti dalle forze armate, i test potranno proseguire attraverso voli in corridoi aerei appositamente designati.
Durante le prove, i droni non saranno equipaggiati con testate belliche. L’obiettivo è verificare le caratteristiche tecniche e operative delle piattaforme, senza trasformare l’esercitazione in una prova di impiego armato. I residenti delle aree interessate saranno inoltre informati preventivamente attraverso il sistema di allerta del governo polacco.
Tomczyk ha spiegato che l’obiettivo è fare in modo che un potenziale avversario sappia, già nella fase di pianificazione di un’eventuale aggressione, che i costi potrebbero essere molto elevati. La logica è quella della deterrenza convenzionale: non necessariamente impedire all’avversario di possedere determinate capacità, ma convincerlo che il loro utilizzo comporterebbe conseguenze troppo onerose.
La costruzione di una capacità nazionale di attacco a lungo raggio si inserisce nel più ampio processo di rafforzamento della difesa europea, nel quale gli Stati membri stanno cercando di ridurre alcune dipendenze esterne e di aumentare la propria capacità industriale.
La Polonia sta adottando una posizione particolarmente ambiziosa. Il Paese non vuole limitarsi ad acquistare sistemi stranieri, ma punta contemporaneamente a sviluppare un ecosistema industriale nazionale capace di progettare, produrre e aggiornare sistemi senza equipaggio. Tale strategia potrebbe diventare sempre più importante e seguita in Europa, almeno fino a quando l’Unione non si doterà di una difesa comune.

